Il futuro delle terre alte è nelle comunità
- SlowFoodAltoAdigeSüdtirol
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Grazie a il T quotidiano ogni secondo e quarto venerdì del mese, Slow Food Trentino cura a partire dal 14 febbraio 2025 una rubrica sulla pagina Terra Madre. Questo articolo è stato pubblicato il 28 marzo 2025.

“Il futuro delle terre alte è nelle comunità” questo il titolo della conferenza che si terrà a Roma domenica 30 marzo nell’ambito di MontagnaMadre e che vede Slow Food Trentino in prima linea. La manifestazione MontagnaMadre è dedicata all’agricoltura biologica e sostenibile come strumento di valorizzazione ambientale, economica e sociale delle aree interne. È organizzata da Slow Food Italia e FederBio e sarà ospitata all’Orto Botanico in Trastevere. Rientra nel programma di formazione della Mountain Partnership della FAO “GROW – Agrobiodiversità in un clima che cambia”, incentrato sull’importanza della biodiversità nel migliorare la resilienza e l’adattabilità dei sistemi agricoli e colturali alla crisi climatica. Un’alleanza volontaria internazionale che è impegnata a migliore le condizioni di vita delle popolazioni che risiedono nelle Terre Alte e a proteggerne gli ecosistemi, in primo luogo attraverso un lavoro di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul ruolo di questi territori. Proprio per queste ragioni la manifestazione si tiene nella capitale, nella consapevolezza che è necessario rinsaldare il rapporto tra città-cittadini e aree rurali.
«L’Italia è un Paese circondato dal mare – ricordano gli organizzatori - ma costituito per oltre il 70% da colline e montagne. Tutt’altro che marginali, le aree interne e montane rappresentano il futuro verso cui dirigere lo sguardo. Fondamentale però è l’approccio con cui si pensa allo sviluppo di questi territori, a partire dal cibo, dall’agricoltura biologica e dalla pastorizia, come leve decisive per l’affermazione del modello agroecologico, l’unico in grado di tutelarne l’essenza e valorizzarne il patrimonio ambientale, paesaggistico, culturale e turistico».
Per decenni si è pensato che il modello produttivo di pianura, volto alla massimizzazione e all’estrattivismo, fosse una soluzione esportabile in montagna. Il risultato è stato lo sconquasso di paesaggi e ecosistemi, lo sradicamento di razze autoctone, l’estinzione di conoscenze ancestrali costruite in secoli di esperienze. Nei casi più drammatici si è arrivati allo spopolamento e all’abbandono, esiti paradossali di quei modelli agroindustriali che affermavano di volerli contrastare. Ora che il sistema intensivo mostra i suoi limiti anche nei territori con condizioni pedoclimatiche più facili - senza peraltro l’attivazione di alternative - e che l’idea dello sviluppo illimitato si sgretola davanti alle evidenze quotidiane, sono le Terre Alte e le comunità che le abitano a poter dettare un nuovo paradigma. E lo fanno con esempi concreti che affermano la propria esistenza nonostante abitudini di consumo che vanno in altre direzioni, modelli economici che premiano quantità e standardizzazione, sistemi di contributi e normative che si rivelano premianti verso speculazioni e opportunismo - si veda a proposito il tema dei “pascoli di carta”. La ricerca di Slow Food vuole mettersi al fianco di agricoltori, allevatori, apicoltori e artigiani del cibo che si fanno comunità attorno a un prodotto tradizionale, un metodo di lavorazione, un paesaggio, un patrimonio di cultura e saperi. Custodiscono, in una parola, la biodiversità che per secoli è stato lo strumento attraverso il quale la montagna ha nutrito i propri abitanti, reagito alle minacce esterne, dato risposta ai cambiamenti.
Ne è un esempio il Caseificio Turnario di Pejo che ripropone un modello nato più di un secolo fa per garantire anche alle famiglie più povere di aver di che mangiare. Con pochi capi di bestiame, queste non avrebbero potuto trasformare il latte da sole; così, giorno dopo giorno, il latte conferito alla struttura raggiungeva un quantitativo sufficiente per dare loro diritto a un’intera “casearada” — burro, ricotta, caciotte e formaggio da stagionare. Nessuno veniva così lasciato indietro, e i costi della lavorazione erano ripartiti proporzionalmente. Ora i tempi, fortunatamente sono cambiati. Nelle valli non è più la fame a fare paura e gli animali sono rimasti solo nelle famiglie specializzate nell’allevamento. Ma questo sistema sopravvive grazie all’impegno di Pejo e dei suoi tre soci. Non è passatismo che sconfina nella retroutopia o nel rimpianto di un passato, spesso drammatico, superato da un presente di sacrosante comodità e benessere. È una testimonianza viva dei valori che animavano queste comunità di fronte alle difficoltà e che trovavano nella solidarietà il proprio fulcro. Non è nemmeno un’idealizzazione della montagna ma una fonte di ispirazione per immaginare modelli sui cui costruire una storia antagonista all’unica che si è immaginato possibile negli ultimi decenni. Ricordandosi, innanzitutto, che le comunità montane non devono essere intese come un corpo omogeneo e compatto. Anch’esse trovano nella pluralità la loro forza. Le compongono chi vi vive da sempre, chi è arrivato da poco (magari da molto lontano, seguendo la traiettoria delle cosiddette “migrazioni verticali”), il pendolare, il turista, il ritornante. È una storia di comunità l’impegno degli abitanti di Terragnolo, che riscoprendo la coltura storica del grano saraceno – oggi Presidio Slow Food- , lanciano il loro grido di allarme contro infrastrutture, queste sì anacronistiche e fuori dal tempo, che devasterebbero la loro Valle. È un impegno di comunità quello che, nonostante sia sempre più complesso e meno attrattivo, porta a monticare le malghe e garantire quei servizi ecosistemici di cui tutti godiamo, anche chi vive lontano dai pascoli alpini. Esternalità positive che riguardano la cura del territorio e dei corsi d’acqua, azioni fondamentali nella prevenzione ai dissesti idrogeologi o degli incendi, lo stoccaggio di co2, la custodia della biodiversità naturale, coltivata e frutto della consociazione con le attività umane, e il mantenimento di una bellezza estetica di cui gode il settore turistico. Sono piccoli esempi che sopravvivono con energia e caparbietà, sempre più capaci di raccontarsi e farsi conoscere, e apprezzare anche nella qualità organolettica delle produzioni.

Queste comunità di produttori possono dare vita a quelle “reti fitte” (thick networks) di cui parla l’attivista politico inglese George Monbiot nel saggio “Riprendere il controllo. Nuove comunità per una nuova politica”. Progetti che proliferano, dando vita ulteriori iniziative e idee, spesso nemmeno previste in origine. Un fermento che può generare fraternità e partecipazione rianimando le comunità e riattivando la socialità. È l’insegnamento che viene dai Domini collettivi, comunità di persone che si auto organizzano per gestire e proteggere le risorse, le regole, i sistemi e le negoziazioni richieste per preservare tali risorse e consegnarle, migliorate alle generazioni future. Implicando così ognuno nella vita di tutti. Domini collettivi che sono al centro del primo corso italiano di Antropologia Culturale dei Domini Collettivi e dei Territori di Vita sostenuto da Slow Food Trentino e Associazione Provinciale A.S.U.C. del Trentino che vede come docente Marta Villa, antropologa che interverrà nella conferenza “Il futuro delle terre alte è nelle comunità” domenica a Roma.
Emerge così una nuova esternalità positiva di chi vive la montagna in equilibrio con le sue risorse, e non in competizione con la natura. Insegnarci a pensare noi stessi come una comunità, tenendo sempre presente, soprattutto nel caos dell’attualità politica, il monito di Hannah Arendt: “è nella polvere delle comunità devastate che vortica l’antipolitica, sollevando i mulinelli della demagogia e dell’estremismo”.

Articolo pubblicato su il T Quotidiano, venerdì 28 marzo 2025 nella rubrica Terra Madre.
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